10) Pascal. La scommessa (le pari) .
Siamo di fronte ad uno dei pi famosi pensieri di Pascal, che ha
fatto tanto discutere per la sua originalit e la sua audacia. Lo
stesso manoscritto pascaliano  molto tormentato, pieno di
aggiunte e di cancellature. Comunque il senso dell'argomento 
abbastanza chiaro: la fede coinvolge l'esistenza; a questo livello
i ragionamenti sono scarsamente efficaci, perci nessun argomento
pu essere convincente se chi ascolta non vuole essere convinto.
Allora la ragione non ha nulla da dire in proposito? Si possono
cercare altre vie. Molti fra i libertini sono grandi giocatori, il
Mr ha chiesto a Pascal se  possibile una razionalit legata al
gioco d'azzardo. Di qui l'idea di un argomento ad hominem, per
quegli uomini, per quell'ambiente. Nella dialettica fra infinito e
nulla l'uomo  costretto a scegliere e a rischiare la sua vita. Il
buon giocatore sa che scelta fare. I Pensieri sono indicati
secondo l'enumerazione data dall'edizione Serini e dall'edizione
Brunschwicg.
B. Pascal, Pensieri 164  (pagine 142 e 149).

164. Infinito, nulla. La nostra anima vien gettata nel corpo, dove
trova numero, tempo, dimensioni. Essa vi ragiona sopra, e chiama
tutto ci natura, necessit, e non pu credere altro.
L'unit aggiunta all'infinito non lo accresce menomamente, non pi
che la misura di un piede a una misura infinita. Dinanzi
all'infinito, il finito si annichila e diventa un puro nulla. Cos
il nostro spirito davanti a Dio e la nostra giustizia davanti alla
giustizia divina.
Tra la nostra giustizia e quella di Dio non c' una sproporzione
cos grande come tra l'unit e l'infinito.
La giustizia di Dio dev'essere immensa come la sua misericordia.
Ora, la giustizia vero i reprobi  meno immensa e deve urtarci
meno della misericordia verso gli eletti.
Noi sappiamo che esiste un infinito, e ne ignoriamo la natura.
Dacch sappiamo che  falso che i numeri siano finiti,  vero che
c' un infinito numerico. Ma non sappiamo che cosa :  falso che
sia pari,  falso che sia dispari, perch, aggiungendovi l'unit,
esso non cambia natura. Tuttavia,  un numero, e ogni numero 
pari o dispari (vero  che ci s'intende di ogni numero finito).
Perci si pu benissimo conoscere che esiste un Dio senza sapere
che cos'.
Forse che non c' una verit sostanziale, dacch vediamo tante
cose che non sono la stessa verit?.
Noi conosciamo, dunque, l'esistenza e la natura del finito, perch
siamo finiti ed estesi come esso. Conosciamo l'esistenza
dell'infinito e ne ignoriamo la natura, perch ha estensione come
noi, ma non limiti come noi. Ma non conosciamo n l'esistenza n
la natura di Dio, perch  privo sia di estensione sia di limiti.
Tuttavia, grazie alla fede ne conosciamo l'esistenza, nello stato
di gloria ne conosceremo la natura. Ora, ho gi dimostrato che si
pu benissimo conoscere l'esistenza di una cosa, senza conoscerne
la natura.
Parliamo adesso secondo i lumi naturali.
Se c' un Dio,  infinitamente incomprensibile, perch, non avendo
n parti n limiti, non ha nessun rapporto con noi. Siamo, dunque,
incapaci di conoscere che cos' n se esista. Cos stando le cose,
chi oser tentare di risolvere questo problema? Non certo noi, che
siamo incommensurabili con lui.
Chi biasimer allora i cristiani di non poter dar ragione della
loro credenza, essi che professano una religione di cui non
possono dar ragione? Esponendola al mondo, dichiarano che  una
stoltezza, stultitiam; e voi vi lamentate che non ne diano le
prove! Se la provassero, mancherebbero di parola: solo difettando
di prove, non difettano di criterio.
Sta bene, ma, sebbene ci serva a scusare coloro che la
presentano come tale, e li assolva dalla taccia di presentarla
senza ragione, non scusa per coloro che la accolgono.
Esaminiamo allora questo punto, e diciamo: Dio esiste o no? Ma
da qual parte inclineremo? La ragione qui non pu determinare
nulla: c' di mezzo un caos infinito. All'estremit di quella
distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscir testa o croce.
Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare
n sull'una n sull'altra; e nemmeno escludere nessuna delle due.
Non accusate, dunque, di errore chi abbia scelto, perch non ne
sapete un bel nulla.
No, ma io li biasimo non gi di aver compiuto quella scelta, ma
di avere scelto; perch, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie
testa incorrano nello stesso errore, sono tutte e due in errore:
l'unico partito giusto  di non scommettere punto.
S, ma scommettere bisogna: non  una cosa che dipenda dal vostro
volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete, dunque? Poich
scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno. Avete due
cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel
giuoco: la vostra ragione e la vostra volont, la vostra
conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da
fuggire due cose: l'errore e l'infelicit. La vostra ragione non
patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra,
dacch bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato.
Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel
caso che scommettiate in favore dell'esistenza di Dio. Valutiamo
questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non
perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli
esiste.
Ammirevole! S, bisogna scommettere, ma forse rischio troppo.
Vediamo. Siccome c' eguale probabilit di vincita e di perdita,
se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi
converrebbe gi scommettere. Ma, se ce ne fossero da guadagnare
tre, dovreste giocare (poich vi trovate nella necessit di
farlo); e, dacch siete obbligato a giocare, sareste imprudente a
non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un giuoco nel
quale c' eguale probabilit di vincere e di perdere. Ma qui c'
un'eternit di vita e di beatitudine. Stando cos le cose,
quand'anche ci fosse un'infinit di casi, di cui uno solo in
vostro favore, avreste pure sempre ragione di scommettere uno per
avere due; e agireste senza criterio, se, essendo obbligato a
giocare, rifiutaste di arrischiare una vita contro tre in un
giuoco in cui, su un'infinit di probabilit, ce ne fosse per voi
una sola, quando ci fosse da guadagnare un'infinit di vita
infinitamente beata. Ma qui c' effettivamente un'infinit di vita
infinitamente beata da guadagnare, una probabilit di vincita
contro un numero finito di probabilit di perdita, e quel che
rischiate  qualcosa di finito. Questo tronca ogni incertezza:
dovunque ci sia l'infinito, e non ci sia un'infinit di
probabilit di perdere contro quella di vincere, non c' da
esitare: bisogna dar tutto. E cos, quando si  obbligati a
giocare, bisogna rinunziare alla ragione per salvare la propria
vita piuttosto che rischiarla per il guadagno infinito, che 
altrettanto pronto a venire quanto la perdita del nulla.
Invero, a nulla serve dire che  incerto se si vincer, mentre 
certo che si arrischia; e che l'infinita distanza tra la certezza
di quanto si rischia e l' incertezza di quanto di potr guadagnare
eguaglia il bene finito, che si rischia sicuramente, all'infinito,
che  incerto. Non  cos: ogni giocatore arrischia in modo certo
per un guadagno incerto; e nondimeno rischia certamente il finito
per un guadagno incerto del finito, senza con ci peccare contro
la ragione. Non c' una distanza infinita tra la certezza di
quanto si rischia e l'incertezza della vincita: ci  falso. C',
per vero, una distanza infinita tra la certezza di guadagnare e la
certezza di perdere. Ma l'incertezza di vincere  sempre
proporzionata alla certezza di quanto si rischia, conforme alla
proporzione delle probabilit di vincita e di perdita. Di qui
consegue che, quando ci siano eguali probabilit da una parte e
dall'altra, la partita si gioca alla pari, e la certezza di quanto
si rischia  eguale all'incertezza del guadagno: tutt'altro,
quindi, che esserne infinitamente distante! E, quando c' da
arrischiare il finito in un giuoco in cui ci siano eguali
probabilit di vincita e di perdita e ci sia da guadagnare
l'infinito, la nostra proposizione ha una validit infinita. Ci 
dimostrativo; e, se gli uomini son capaci di qualche verit,
questa ne  una.
Lo riconosco, lo ammetto. Ma non c' mezzo di vedere il di sotto
del giuoco?.
S, certamente, la Scrittura e il resto.
Sta bene. Ma io ho le mani legate, e la mia bocca  muta; sono
forzato a scommettere, e non sono libero; non mi si d requie, e
sono fatto in modo da non poter credere. Che volete, dunque, che
faccia?.
E' vero. Ma riconoscete almeno che la vostra impotenza di credere
proviene dalle vostre passioni, dacch la ragione vi ci porta, e
tuttavia non potete credere. Adoperatevi, dunque, a convincervi
non gi con l'aumento delle prove di Dio, bens mediante la
diminuzione delle vostre passioni. Voi volete andare alla fede, e
non ne conoscete il cammino; volete guarire dall'incredulit, e ne
chiedete il rimedio: imparate da coloro che sono stati legati come
voi e che adesso scommettono tutto il loro bene: sono persone che
conoscono il cammino che vorreste seguire e che son guarite da un
male di cui vorreste guarire. Seguite il metodo con cui hanno
cominciato: facendo cio ogni cosa come se credessero, prendendo
l'acqua benedetta, facendo dire messe, eccetera In maniera del
tutto naturale, ci vi far credere e vi impecorir.
Ma  proprio quel che temo.
E perch? che cosa avete da perdere? Ma, per dimostrarvi che ci
conduce alla fede, sappiate che ci diminuir le vostre passioni,
che sono i vostri grandi ostacoli.
Fine di questo discorso. Ora, qual male vi capiter prendendo
questo partito? Sarete fedele, onesto, umile, riconoscente,
benefico, amico sincero, veritiero. A dir vero, non vivrete pi
nei piaceri pestiferi, nella vanagloria, nelle delizie; ma non
avrete altri piaceri? Vi dico che in questa vita ci guadagnerete;
e che, a ogni nuovo passo che farete in questa via, scorgerete
tanta certezza di guadagno e tanto nulla in quanto rischiate, che
alla fine vi renderete conto di avere scommesso per una cosa
certa, infinita, per la quale non avete dato nulla.
Oh! codesto discorso mi conquista, mi esalta, eccetera.
B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967,
pagine 65-71.
